IL PAPA: OPPORSI IN OGNI MODO A MAFIE E CORRUZIONE

Papa Francesco ha incontrato la commissione nazionale Antimafia. Ricordati Falcone, Borsellino e Livatino (nel giorno dell’anniversario della morte).

Elogi per le leggi sulla confisca dei beni, chieste nuove normative per aiutare i testimoni di giustizia.

Per combattere la mafia occorre «opporsi in ogni modo al grave problema della corruzione», che ne costituisce il «terreno fertile». Ma bisogna anche dare più «giustizia sociale», abbattere «disuguaglianze» e «povertà», oltre a vigilare sulle varie forme di infiltrazione nelle attività economiche e nella finanza.

Papa Francesco, ricevendo per la prima volta in udienza la Commissione parlamentare Antimafia, traccia quasi un suo manifesto per la lotta alla criminalità organizzata – cui in passato ha dedicato diversi interventi, tra cui quello sulla scomunica dei mafiosi -, lodando anche la legislazione italiana, comprese la confisca e la riconversione dei beni, e facendo appello a maggiori garanzie di sicurezza per i «testimoni di giustizia».

L’udienza ha luogo nel 27/o anniversario dell’omicidio, da parte della ‘stiddà agrigentina, del giudice Rosario Livatino, di cui è in corso la causa di beatificazione. E proprio Livatino, insieme a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è una delle personalità che il Pontefice cita all’inizio del suo discorso in ricordo di «tutte le persone che in Italia hanno pagato con la vita la loro lotta contro le mafie».

Francesco punta il dito contro la «politica deviata, piegata a interessi di parte e ad accordi non limpidi», mentre è la «politica autentica» quella che «sente la lotta alle mafie come una sua priorità, in quanto essere rubano il bene comune, togliendo speranza e dignità alle persone».
Ed è qui che Bergoglio alza il suo appello a combattere in ogni forma il «grave problema della corruzione che, nel disprezzo dell’interesse generale, rappresenta il terreno fertile nel quale le mafie attecchiscono e si sviluppano».

Il Papa ne denuncia la «natura contagiosa e parassitaria»: una «radice velenosa» – la definisce – che «altera la sana concorrenza e allontana gli investimenti», un «’habitus’ costruito sull’idolatria del denaro e la mercificazione della dignità umana», per cui «va combattuta con misure non meno incisive di quelle previste nella lotta alle mafie». Francesco insite anche sul fato che le organizzazioni mafiose «hanno gioco facile nel proporsi come sistema alternativo» «proprio dove mancano i diritti e le opportunità: il lavoro, la casa, l’istruzione, l’assistenza sanitaria». Mentre un caposaldo dev’essere anche la lotta a disuguaglianze e povertà, mentre rappresenta un «enorme
problema» la «finanza ormai sovrana sulle regole democratiche» e «grazie alla quale le realtà criminali investono e moltiplicano i già ingenti profitti dei loro traffici» illeciti«.

Per il Papa, comunque, »l’Italia dev’essere orgogliosa« della propria legislazione contro la mafia, e in particolare dei »beni confiscati alle mafie e riconvertiti a uso sociale«. Non va dimenticato, però, che occorre un’adeguata »tutela e valorizzazione dei testimoni di giustizia«: »va trovata – chiede – una via che permetta a una persona pulita, ma appartenente a famiglie o contesti di mafia, di uscirne senza subire vendette o ritorsioni«. Musica per le orecchie della presidente dell’Antimafia, Rosy Bindi: »due disegni di legge che sono uno all’approvazione definitiva al Senato, quello dei testimoni di giustizia, e l’altro all’approvazione definitiva alla Camera.

Quello sui beni confiscati – commenta a fine udienza -. Credo che queste due leggi che sono il frutto del lavoro di tutto il Parlamento ma su impulso del lavoro della Commissione parlamentare Antimafia potranno vedere la luce nelle prossime settimane. E sarà un grande regalo al Paese”.

«Speriamo di vedere il giudice Livatino santo». Lo ha detto la presidente della Commissione  parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000, a margine  dell’udienza di stamane concessa alla Commissione da Papa Francesco in Vaticano in occasione  dell’anniversario della morte di Rosario Livatino ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990.

«Livatino – ha aggiunto la Bindi – era un vero magistrato e un uomo di fede. Le sue parole sulla funzione del magistrato e sul rapporto tra diritto e fede cristiana sono un capolavoro e un manifesto che ci indica la strada con la quale un laico cristiano può davvero conciliare il Vangelo con la sua professione».

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