XVII ANNIVERSARIO
DELLA MORTE DI DON PINO PUGLISI
OMELIA DI
S.E. MONS. PAOLO ROMEO
ARCIVESCOVO METROPOLITA DI PALERMO

Parrocchia San Gaetano a Brancaccio
16 Settembre 2010

Figlie e figli miei carissimi!

  1. Era il luglio 1986, e, nella cornice ormai solita di un campo vocazionale estivo Padre Pino Puglisi, allora Direttore del Centro Diocesano Vocazioni, si rivolgeva ai suoi giovani in una catechesi sulle scelte della vita: “Gesù dice: Se il chicco di frumento non cade nella terra e non marcisce rimane solo (cf. Gv 12,24), cioè non dà frutto; se invece cade nel terreno e là marcisce diventa una spiga che dà frutto. […] Gesù ha portato molto frutto quando è morto. Morendo sulla croce, e risorgendo, ha dato come frutto la rigenerazione dell’umanità, quindi ecco la logica della scelta che diventa una logica d’impegno ma anche, qualche volta, di sacrificio che però dà vera gioia“.E concludeva: “Chi vuol crescere deve accogliere la logica del chicco di frumento“.Carissimi fratelli e sorelle, questa – e solo questa – è stata la logica sposata ogni giorno da Padre Puglisi, nella sua vita personale come in quella presbiterale. Questa è la logica che da sempre ha accompagnato la sequela più autentica dei discepoli di Gesù, dalle origini della Chiesa fino ai nostri giorni.È provvidenziale che questa nostra celebrazione cada oggi nel giorno in cui la Liturgia ci fa far memoria di due martiri del secolo III: il papa Cornelio e il vescovo Cipriano di Cartagine. Far memoria di questi autorevoli padri nella fede mostra come lungo i secoli il Cristo sia stato testimoniato con fedeltà fino all’effusione del sangue, e ci sprona ad imitare la coerenza con la quale essi affermarono fino in fondo il loro amore a Cristo e alla Chiesa, il primo sotto la persecuzione di Decio, il secondo sotto quella di Valeriano.
  2. I loro tempi non furono più difficili dei nostri. Ma il Vangelo da testimoniare è rimasto sempre lo stesso, quello di Gesù Cristo. La vicenda di Padre Puglisi, che vede la sua missione sacerdotale terminare tragicamente il 15 settembre 1993, è stata recentemente definita “eucaristica“, dai Vescovi italiani. In quella barbara uccisione per mano mafiosa, avvenuta ormai diciassette anni or sono, Padre Pino non ha – per così dire – “inciampato“: la sua vicenda si è andata sviluppando sempre come un’offerta della vita fatta per amore, come un dono totale di sé fatto a Dio e ai fratelli, senza limiti di tempo e senza riserve.È ciò su cui Padre Puglisi scommise fino in fondo ogni giorno accogliendo – come amava ripetere ai giovani – la logica del chicco di grano.Come i martiri dei primi secoli, egli giunse così a farsi inevitabilmente “eucaristia”, ossia offerta gradita al Padre per la salvezza di tutti gli uomini. La sua testimonianza sacerdotale ed “eucaristica”, appunto, si fa, oggi in Cristo, “cibo” che può nutrire tutti noi, e – vogliamo crederlo fermamente – può nutrire in modo particolare le nuove generazioni, con un esempio evangelicamente alto e luminoso.
  3. Ci ritroviamo oggi qui, nella sua parrocchia di San Gaetano a Brancaccio, in quello che considerò sempre il suo quartiere, la sua gente, non soltanto perché qui era nato, ma soprattutto perché queste pecorelle erano state affidate alle sue cure dal Vescovo, le aveva da lui come ricevute in dono. Non ne faceva una questione di proprietà, ma di responsabilità nella missione: come Paolo proclama chiaramente ai Corinzi – lo abbiamo ascoltato nella prima lettura – avvertiva il dovere di annunciare, proprio qui a Brancaccio, il Vangelo che anche lui aveva ricevuto, di testimoniare l’incontro con Cristo che gli aveva cambiato la vita. La radice di ogni sua ansia pastorale era comunicare a questi suoi figli che Gesù poteva camminare accanto a loro, specie condividendo il peso delle sofferenze e dei disagi che essi vivevano, a livello materiale, sociale, morale, spirituale.Di cose che non andavano a Brancaccio ce n’erano tante! Puglisi se ne rese conto sin da subito… Ahimè, ve ne sono ancora tante! E penso che anche noi ce ne rendiamo conto …Questo quartiere ha ancora bisogno – come tanti altri nella nostra amatissima Città di Palermo – di un riscatto morale che porti ogni uomo a vivere la sua dignità di persona umana, che lo liberi dall’abbrutimento in cui è trascinato da una illegalità capillare, da una ingiustizia ormai normalizzata, da tutti quei bassi compromessi in cui, nell’immobilismo della piaga della disoccupazione, i giovani rischiano di cadere per guadagnarsi di che vivere giorno per giorno.Questo quartiere invoca una assistenza tutta particolare da parte delle Istituzioni, tanto civili quanto ecclesiastiche: da solo Brancaccio non ce la può fare! È quanto Padre Puglisi avrebbe continuato a proclamare chiaramente, nelle sue prediche come nelle sue battute di spirito, nelle sue catechesi come nei colloqui personali, nel silenzio paziente della sua preghiera come pure per la strada, incontrando la gente comune, quella che cominciava a sentire, insieme con lui, la passione del riscatto in nome del Dio di Gesù Cristo che, sulla Croce, ci ha guadagnato la libertà dal peccato e la vita vera.
  4. Padre Puglisi ebbe chiaro che il suo doveva essere un ministero di speranza, la speranza che viene dalla grazia di Dio. Per dirla con le parole dell’apostolo Paolo, nella prima lettura ascoltata questa sera, Padre Pino credette fermamente che l’azione della grazia di Dio non è mai vana. Essa “fatica” – certo! – perché nell’uomo il male ha radici profonde, ma la grazia di Dio può toccare i cuori, formare le coscienze, cambiare mentalità, costruire il Regno di Dio in mezzo agli uomini!Questa speranza annunciata da Padre Puglisi si scontrò presto con la mafia del quartiere. Padre Pino la guardava ogni giorno in faccia, perché ne vedeva il volto nelle logiche di sopraffazione e di degrado che segnavano soprattutto i piccoli e gli indifesi – quanto amore e quanta premura ebbe nei confronti dei bambini! – : la guardò in faccia fino al giorno in cui, in piazzale Anita Garibaldi, ne vide concretizzarsi la follia omicida nel volto e nella mano armata di un Killer a cui non negò l’ultimo sorriso.In questo continuo “faccia a faccia” Padre Pino non cercò eroismi da prima pagina che – ne era sicuro – avrebbero risolto ben poco. Aveva compreso che la criminalità organizzata mafiosa, struttura essenzialmente lontana dalla fede, avrebbe continuato ad assoldare forze e a creare connivenze nella misura in cui il cuore dell’uomo si fosse reso continuamente permeabile tale proposta.La criminalità organizzata doveva essere lottata da quell’unico posto nel quale essa cominciava a nascere e rinascere sempre: le scelte dei singoli, la coscienza dell’uomo, l’animo che reca in sé le ferite del peccato e che si trova ad essere incline alle sue suggestioni.La lotta attenta e paziente cominciava dal lavoro costante con i bambini e con i giovani: perché comprendessero che la loro vita non dipendeva da una delle tante scelte che avrebbero fatto, ma solo da quelle illuminate dal Vangelo. Si ritrovò ad educarli cioè alla libertà: non tanto “a scegliere” ma “a saper scegliere”. E per questo non esitò ad aprire con loro e per loro la Scrittura, trattenendo da innamorato della Parola di Dio quel era l’entusiasmo dell’incontro con Cristo,Giustamente non avrebbe potuto mai definirsi un prete “anti” se non prima e soprattutto un prete “per”: il rifiuto del male doveva venire fuori dall’accoglienza piena del Vangelo e del suo messaggio d’amore, dalla proposta di una vita autentica.
  5. Padre Pino non camuffò mai le difficoltà. Il suo sorriso non fu una finzione scenica di copertura, ma capacità di accoglienza a trecentosessanta gradi. La sua fiducia in Dio Salvatore, e nel suo amore che – come abbiamo cantato nel salmo responsoriale – è per sempre, si intrecciò continuamente con la fiducia nell’uomo, nello stile del Maestro di Nazaret che in Palestina, duemila anni fa, incontrava la gente “mai si chiuse alle necessità e alle sofferenze dei fratelli” (Preghiera Eucaristica VC).La pagina evangelica stasera proclamata fa emergere proprio questa prospettiva. Mentre Gesù si trovava a mangiare da uno dei farisei, una peccatrice di quella città, forse una prostituta, “stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, comincio a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo” (Lc 7,38 ). Gesù non è per niente scandalizzato dell’atteggiamento intimo e confidenziale di questa donna: comprende bene che ella ama e chiede perdono nell’unica maniera che conosce. Accoglie il gesto e guarda al cuore, andando ben oltre l’esteriore, direi “compromettendosi” col suo animo pieno di peccato, ma anche di pentimento e di amore sincero. Non farà così Simone il fariseo che accoglierà Gesù con il suo giudizio, e si chiuderà alla novità scardinante del Vangelo di Cristo: la misericordia del Padre.Alla maniera di Cristo Buon Pastore, Padre Puglisi si è – nel senso evangelico – “compromesso” con l’uomo del suo tempo, del suo quartiere, del suo gregge, e ne ha accolto il bisogno di Dio, esplicito o implicito, dando sempre una risposta che potesse fargli ritrovare la vera umanità, quella creata da Dio “nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4,24 )
  6. Scopriremo, al termine di questa celebrazione, un busto di Padre Pino, realizzato a Betlemme. È un gesto semplice ma significativo. Uno dei tanti che può alimentare in noi il ricordo della sua testimonianza.Vorrei per questo concludere facendo risuonare proprio qui nella sua parrocchia la sua voce: “Testimone della speranza è colui che, attraverso la propria vita, cerca di lasciar trasparire la presenza di Colui che è la sua speranza, la speranza in assoluto in un amore che cerca l’unione definitiva con l’amato e intanto gli manifesta questo amore nel servizio a Lui, visto presente nella Parola e nel Sacramento, nella comunità e in ogni singolo uomo, specialmente nel più povero, finché si compia per tutti il suo Regno e Lui sia tutto in tutti; manifesta insomma quel desiderio ardente di un amore che ha fame della presenza del Signore” (Testimoni della speranza, in Presenza del Vangelo 44 (1991/5) 10).Anche attraverso questo gesto, renderemo presente la testimonianza di Padre Puglisi. Ma essa dovrà rivelarsi per noi “trasparenza” di Cristo, a volte scomoda e questionante, ma sempre salvifica ed efficace, positiva e propositiva.Servirà a far sì che l’invocazione comune “Venga il tuo regno!”, pur appesantita dalle ferite dentro e attorno a noi, si carichi di speranza, e si realizzi nell'”oggi” come salvezza.
+ S.E. Mons. Paolo Romeo
Arcivescovo di Palermo
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