{"id":4935,"date":"2013-09-01T23:01:32","date_gmt":"2013-09-01T21:01:32","guid":{"rendered":"https:\/\/padrepinopuglisi.chiesadipalermo.it\/it\/?p=4935"},"modified":"2018-06-15T00:17:09","modified_gmt":"2018-06-14T22:17:09","slug":"la-beatificazione-di-don-puglisi-una-definitiva-presa-di-distanza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/padrepinopuglisi.chiesadipalermo.it\/it\/la-beatificazione-di-don-puglisi-una-definitiva-presa-di-distanza\/","title":{"rendered":"La beatificazione di don Puglisi: una definitiva presa di distanza?"},"content":{"rendered":"<section  class='av_textblock_section av-2gsh93-aa75e1efb416d8544d468b824c490039 '   itemscope=\"itemscope\" itemtype=\"https:\/\/schema.org\/BlogPosting\" itemprop=\"blogPost\" ><div class='avia_textblock'  itemprop=\"text\" ><h3 style=\"text-align: center;\">Chiesa e mafie.<br \/>\nLa beatificazione di don Puglisi: una definitiva presa di distanza?<\/h3>\n<p style=\"text-align: center;\">di Umberto Santino<br \/>\n<u><a href=\"http:\/\/www.centroimpastato.com\/\">www.centroimpastato.com<\/a><br \/>\n<\/u>Pubblicato in \u201cNuova Busambra\u201d<br \/>\nn. 4, settembre 2013, pp. 103-112.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-4927 lazyload\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"https:\/\/padrepinopuglisi.chiesadipalermo.it\/it\/wp-content\/uploads\/3P04_varie\/3P04_1543_chiesa_e_mafie.jpg\" alt=\"\" width=\"260\" height=\"187\" \/><noscript><img decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-4927 lazyload\" src=\"https:\/\/padrepinopuglisi.chiesadipalermo.it\/it\/wp-content\/uploads\/3P04_varie\/3P04_1543_chiesa_e_mafie.jpg\" alt=\"\" width=\"260\" height=\"187\" \/><\/noscript>Secondo un giudizio ampiamente condiviso la beatificazione di don Pino Puglisi del 25 maggio 2013 e le parole di papa Francesco nell\u2019Angelus del giorno dopo, segnano una svolta nella storia dei rapporti tra mafie e chiesa cattolica o l\u2019approdo di un lungo percorso, comunque un punto di non ritorno, una definitiva presa di distanza, una radicale alternativa tra vangelo e sentire e pratica mafiosi. Per verificare queste affermazioni sar\u00e0 bene ricostruire sinteticamente alcune pagine di storia e soffermarci su alcuni punti di riflessione.<\/p>\n<p>Per cominciare c\u2019\u00e8 da dire che don Puglisi, e con lui don Giuseppe Diana, non sono i primi preti uccisi dalle mafie. Sono probabilmente, alcuni certamente, caduti per mano mafiosa altri preti, che pochi ricordano. Il 16 agosto 1910 a San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, viene ucciso il sacerdote Filippo Di Forti, economo del seminario. L\u2019omicidio potrebbe essere collegato con l\u2019attivit\u00e0 svolta dal sacerdote, ma sul delitto e sulla personalit\u00e0 della vittima mancano informazioni adeguate per poter esprimere un giudizio attendibile. Nel febbraio del 1916 nella borgata palermitana di Ciaculli, feudo di una mafia dinastica, quella dei Greco, viene ucciso il sacerdote Giorgio Gennaro, che durante una predica aveva denunciato il ruolo dei mafiosi nell\u2019amministrazione delle rendite ecclesiastiche. Il delitto sarebbe opera di Salvatore e Giuseppe Greco. Il 19 giugno del 1919 a Resuttano, in provincia di Caltanissetta, viene accoltellato da un sicario rimasto ignoto l\u2019arciprete Costantino Stella, uno dei \u201cpreti sociali\u201d nati nei primi anni del secolo seguendo le indicazioni dell\u2019enciclica <em>Rerum Novarum <\/em>del papa Leone XIII e sull\u2019esempio di don Luigi Sturzo. Aveva fondato la Cassa rurale e artigiana. Il 13 settembre 1920 a Monreale \u00e8 ucciso il canonico Gaetano Millunzi, fondatore della Cassa mutua artigiana e studioso. Aveva denunciato brogli nell\u2019amministrazione della mensa vescovile, ma frequentava riunioni elettorali a cui partecipavano notabili e mafiosi. Difficile stabilire se il delitto sia frutto delle denunce o di contrasti tra gruppi mafiosi. Il 27 novembre sempre del 1920 a Gibellina, in provincia di Trapani, viene ucciso l\u2019arciprete Stefano Caronia, organizzatore della locale sezione del Partito popolare.<\/p>\n<p>Aveva contrastato la mafia locale e in particolare il capomafia Ciccio Serra, chiedendo di controllare personalmente l\u2019esazione dei censi enfiteutici ecclesiastici. Ancora nel corso del 1920 a Bolognetta, in provincia di Palermo, viene ucciso l\u2019arciprete Castrense Ferreri, su cui mancano informazioni. Nel 1925 c\u2019\u00e8 l\u2019omicidio dell\u2019arciprete di Castel di Lucio, in provincia di Messina, Gian Battista Stimolo, indicato come mafioso in un rapporto del commissario Francesco Span\u00f2, protagonista delle lotte contro il banditismo.<\/p>\n<p>Come si vede, si tratta di personalit\u00e0 diverse, ma alcune sono con ogni probabilit\u00e0 cadute per il loro impegno in qualche modo rivolto contro il prepotere mafioso. Cataldo Naro, storico e arcivescovo di Monreale, morto prematuramente nel settembre del 2006, scriveva a proposito di questi omicidi: \u201c\u2026 anche l\u2019uccisione del prete era consumata per questioni \u2018private\u2019, familiari o personali, e mai per vendetta di fronte a una pubblica presa di posizione contro il costume mafioso in nome del Vangelo e dell\u2019insegnamento morale della Chiesa\u201d. Eppure, di alcuni di questi preti risulta un impegno civile, sociale o politico, quantomeno oggettivamente in contrasto con gli interessi mafiosi. E non si capisce perch\u00e9 la chiesa li abbia dimenticati.<\/p>\n<p>Chiesa cattolica e lotte contadine<\/p>\n<p>Il loro ruolo e le loro uccisioni si collocano in un periodo storico in cui la Sicilia vede lo svilupparsi delle lotte contadine, sulla scia tracciata, negli ultimi anni dell\u2019Ottocento, dai Fasci siciliani. La chiesa, di fronte a questo movimento di massa, tolta qualche eccezione, \u00e8 decisamente contraria, perch\u00e9 alla testa delle lotte era il Partito socialista e, nel secondo dopoguerra, accanto al vecchio Psi, il Partito comunista. Tra le eccezioni possiamo ricordare il vescovo di Caltanissetta Giovanni Guttadauro che, nell\u2019ottobre del 1893, pubblic\u00f2 una lettera pastorale in cui mostrava di condividere le motivazioni delle agitazioni. Il vescovo scriveva: \u201cLe ragioni del malcontento esistono e non si possono dissimulare. Il ricco per lo pi\u00f9 abusa della necessit\u00e0 del povero, che viene costretto a vivere di fatica, di stento, di disinganno\u201d. E esortava i parroci \u201cnaturali protettori dei poveri, a reclamare presso i proprietari ed i gabelloti che si ristabilisca la giustizia e l\u2019equit\u00e0 nei contratti, che si cessi dall\u2019usura\u2026 che si ristabilisca l\u2019equa proporzione tra il lavoro dei contadini ed il capitale apprestato dai gabelloti, sicch\u00e9 il raccolto risulti diviso giustamente\u2026 I reverendi parroci e predicatori ricordino in ogni occasione ai padroni e capitalisti l\u2019insegnamento della Chiesa, che grida altamente, per bocca del sommo Pontefice, essere loro dovere: <em>non tenere gli operai in conto di schiavi, rispettare in essi la dignit\u00e0 dell\u2019umana persona, del carattere cristiano, non imporre lavori sproporzionati alle forze e malconfacenti con l\u2019et\u00e0 o col sesso. <\/em>Principalissimo poi loro dovere \u00e8 dare a ciascuno la giusta mercede, determinarla secondo giustizia, <em>e non trafficare sul bisogno dei poveri infelici<\/em>\u201c. Il riferimento \u00e8 ai carusi, i ragazzi impiegati nel durissimo lavoro nelle miniere. Ma nel febbraio del 1894, dopo i massacri che chiudono nel sangue la stagione dei Fasci (108 morti in un anno: sparavano i soldati inviati da Crispi che decretava lo stato d\u2019assedio e lo scioglimento delle organizzazioni), in un\u2019altra pastorale il vescovo nisseno parlava di \u201cplebi fatalmente illuse da istigatori malvagi\u201d, di \u201cree dottrine\u201de si allineava con gli altri ecclesiastici, con il vescovo di Noto Blandini che tuonava contro socialismo e massoneria: \u201cesercito di Satana, malvagia e ria setta, la quale ha scelto a suo grande architetto il diavolo, a gerofante il giudeo\u201d, proponeva di rinchiudere \u201ccaritatevolmente\u201d i socialisti in manicomio e definiva \u201cstoltizia\u201d l\u2019aspirazione a ordinamenti democratici e ad un\u2019equa distribuzione dei beni. Mentre il cardinale Celesia, arcivescovo di Palermo, condannava i \u201cmestatori anarchici o socialisti\u201d e riceveva il generale Morra di Lavriano, inviato per \u201cnormalizzare\u201d la situazione, che si recava al palazzo arcivescovile per ringraziarlo.<\/p>\n<p>La chiusura nei confronti del movimento contadino successivamente veniva mitigata dall\u2019azione sociale delle parrocchie, dalla creazione, ad opera di don Sturzo, delle affittanze collettive, che miravano a sostituire l\u2019intermediario mafioso, dalla creazione delle casse rurali. Azioni che vedono uomini di chiesa impegnati in concorrenza con i socialisti, per spingere all\u2019interclassismo la mobilitazione classista.<\/p>\n<p>La chiusura ritorna nell\u2019ultima fase delle lotte contadine, negli anni \u201940 e \u201950. Si ricorda l\u2019azione del cardinale Ernesto Ruffini, mantovano ben presto acclimatatosi in Sicilia, che, dopo la strage di Portella della Ginestra, del primo maggio, e gli attentati del 22 giugno 1947, scriveva in una lettera al papa che essi erano una forma di resistenza e di ribellione \u201cdi fronte alle prepotenze, alle calunnie, ai sistemi sleali e alle teorie antiitaliane e anticristiane dei comunisti\u201d. E dopo la vittoria della Democrazia cristiana alle elezioni del 18 aprile 1948, chiede a De Gasperi, e scrive a Scelba, che bisogna mettere fuorilegge \u201ci nemici di Dio e della patria\u2026 sopprimendone le organizzazioni\u201d.<\/p>\n<p>Per la gerarchia ecclesiastica il problema \u00e8 la lotta al comunismo, scomunicato da Pio XII nel 1949, e siccome la mafia \u00e8 il presidio armato contro di esso, si spiega perfettamente la complice indulgenza nei suoi confronti. In casa di Calogero Vizzini, il capomafia pi\u00f9 noto, ci sono cinque ecclesiastici, tra cui due vescovi, e il vescovo di Caltanissetta Jacono ha ragione nel definire quella famiglia \u201csacerdotale\u201d e non esita a prendere le difese di don Cal\u00f2, che \u201cassolto in tribunale fu mandato al confino donde \u00e8 tornato al lavoro onesto di un\u2019azienda agricola\u201d e dice di aver \u201ccooperato alla sua liberazione promettendo alle autorit\u00e0 di polizia il suo corretto diportamento\u201d.<\/p>\n<p>Un vescovo si fa garante di un capomafia che nel settembre del 1944 ha sparato sul segretario regionale comunista Girolamo Li Causi e ha dichiarato di essere pronto a bruciare le sedi delle camere del lavoro: \u201cqueste sono le tessere che porto io\u201d, dice in un incontro con i separatisti, di fronte a chi chiede cosa stia a farci, dato che non risulta iscritto. A Villalba , il suo paese in provincia di Caltanissetta, sono nate contemporaneamente le sezioni separatista e democristiana, a riprova che la mafia, nei periodi di transizione, gioca su pi\u00f9 cavalli, puntando poi decisamente su quello vincente. Ma la famiglia Vizzini non \u00e8 un caso unico. A Caccamo, in provincia di Palermo, il fratello del capomafia Peppino Panzeca \u00e8 l\u2019arciprete Teotista, che viene considerato \u201cil vero cervello della mafia\u201d e da quelle parti cadono il contadino Filippo Intile e il sindacalista Salvatore Carnevale.<\/p>\n<p>La mafia ha un ruolo essenziale, strategico, nel reprimere le lotte contadine, che il 20 aprile del \u201947 portano alla vittoria del Blocco del popolo nelle prime elezioni regionali, organizzando, in combutta con la galassia conservatrice e reazionaria, la strage di Portella e l\u2019assassinio di dirigenti e militanti. Il cardinale Ruffini \u00e8 insieme principe della chiesa e tessitore delle trame politiche che spingono la Dc a chiudere la stagione del governo di coalizione antifascista e all\u2019abbraccio con le forze conservatrici, indicate come mandanti della strage e della decimazione del movimento contadino.<\/p>\n<p>Nella prima met\u00e0 degli anni \u201950 le lotte contadine si esauriscono e un milione e mezzo di siciliani sciama nell\u2019emigrazione. Il mezzo secolo di potere democristiano vede l\u2019affermarsi della borghesia mafiosa come classe dominante e chi, come il sindaco democristiano di Camporeale, Pasquale Almerico, tenta di impedire l\u2019occupazione mafiosa cade vittima della mafia e dell\u2019isolamento.<\/p>\n<p>Il pastore Panascia e il cardinale Ruffini<\/p>\n<p>Ci vorr\u00e0 la stage di Ciaculli del giugno 1963 per movimentare il quadro e il pastore Panascia, della piccola chiesa valdese di Palermo, affigge un manifesto in cui condanna la delittuosit\u00e0 mafiosa e invita a rispettare il quinto comandamento. Papa Montini incarica il sostituto della segreteria di stato Dell\u2019Acqua di scrivere una lettera a Ruffini: come mai la chiesa valdese parla e la chiesa cattolica tace? E nel diplomatico linguaggio curiale lo scrivente si permette \u201csottoporre al suo prudente giudizio di vedere se non sia il caso che anche da parte ecclesiastica sia promossa un\u2019azione positiva e sistematica, con i mezzi che sono propri \u2013 d\u2019istruzione, di persuasione, di deplorazione, di riforma morale \u2013 per dissociare la mentalit\u00e0 della cosiddetta \u2018mafia\u2019 da quella religiosa e per confortare questa ad una pi\u00f9 coerente osservanza dei principi cristiani, col triplice scopo di elevare il sentimento civile della buona popolazione siciliana, di pacificare gli animi, e di prevenire muovi attentati alla vita umana\u201d.<\/p>\n<p>La risposta di Ruffini \u00e8 furente: l\u2019iniziativa del pastore valdese \u00e8 \u201cun ridicolo tentativo di speculazione protestante\u201d e associare la mentalit\u00e0 mafiosa a quella religiosa \u00e8 una \u201csupposizione calunniosa messa in giro\u2026 dai socialcomunisti, i quali accusano la Democrazia Cristiana di essere appoggiata dalla mafia, mentre difendono i propri interessi economici\u2026 in concorrenza proprio con organizzatoti mafiosi\u201d. La mafia \u00e8 solo delinquenza comune, come quella che c\u2019\u00e8 dappertutto e la chiesa cattolica non ha nulla da rimproverarsi, anzi \u00e8 quotidianamente impegnata per elevare il sentimento civile del popolo siciliano, pacificare gli animi e prevenire gli attentati. Erano gli anni del sacco di Palermo, del sindaco Lima e dell\u2019assessore Ciancimino, della guerra di mafia.<\/p>\n<p>Ruffini nel 1964 pubblicava una pastorale dal titolo <em>Il vero volto della Sicilia<\/em>, in cui esaltava la storia e le bellezze dell\u2019isola e parlava di una congiura per disonorare la Sicilia, indicando come fattori che maggiormente contribuivano alla campagna di diffamazione la mafia, <em>Il Gattopardo <\/em>e Danilo Dolci. Sulla mafia ribadiva quel che aveva gi\u00e0 detto: delinquenza comune, \u201cgruppi di ardimentosi, pronti a tutto osare per difendere i loro privati interessi e per garantire la loro supremazia\u201d; il quadro disegnato dal romanzo di Tomasi di Lampedusa era troppo nero, sapeva trovare solo difetti; anche Dolci diffamava la Sicilia e godeva della protezione dei comunisti.<\/p>\n<p>Il pastore Panascia scriveva a \u201cSua Eminenza\u201d, parlando delle condizioni da terzo mondo dei quartieri di Palermo; il cardinale gli rispondeva, chiamandolo \u201cEgregio Signore\u201d e dicendogli di non aver letto bene la sua lettera pastorale.<\/p>\n<p>La guerra di mafia, le stragi e le omelie del cardinale Pappalardo<\/p>\n<p>Ci vorranno le montagne di morti dei primi anni \u201980 e le stragi dei primi anni \u201990 per sentire dall\u2019arcivescovo di Palermo, Salvatore Pappalardo, accenti diversi. Sono le omelie ai funerali di Boris Giuliano, di Cesare Terranova e Lenin Mancuso, di Piersanti Mattarella che consacrano Pappalardo come \u201ccardinale antimafia\u201d, e anche la messa che il cardinale celebra il 31 ottobre del 1981 per tutte le vittime della mafia viene definita \u201cmessa antimafia\u201d. Una definizione che il cardinale respinge: \u201dNon stiamo celebrando , di certo, quella che assai impropriamente \u00e8 stata definita la \u2018Messa antimafia\u2019. Tale espressione non ha senso\u2026 la messa non \u00e8 mai contro nessuno\u2026 se mai \u00e8 implorazione di misericordia per tutti da parte di Dio. Misericordia e soccorso per questa citt\u00e0 esterrefatta dal continuo ripetersi di atroci delitti e di tante malversazioni, rischiando di abituarsi ad essi e di assumere, quasi a modo di difesa psicologica, un atteggiamento di indifferenza; cosa che, se vera, significherebbe un male ancora maggiore\u201d. La Chiesa non <em>\u00e8 contro <\/em>ma \u00e8 per, argomento che sar\u00e0 ripreso pi\u00f9 volte e a cui si potrebbe osservare che essere per la pacifica convivenza, per l\u2019onest\u00e0, non pu\u00f2 non significare essere contro coloro che uccidono, i mafiosi in primo luogo, che malversano, a cominciare dagli uomini politici e dagli amministratori pubblici.<\/p>\n<p>Al funerale di Dalla Chiesa e della moglie Pappalardo pronuncia l\u2019omelia pi\u00f9 straziata e pi\u00f9 nota: l\u2019omelia di Sagunto: \u201c<em>Dum Romae consulitur\u2026 Saguntum expugnatur<\/em>\u2026 e questa volta non \u00e8 Sagunto, ma Palermo. Povera Palermo!\u201d. Nel novembre del 1982 Giovanni Paolo II visita Palermo e pronunciando il suo discorso salta i passi che si riferivano direttamente alla mafia, si disse per questione di tempo. Ma ormai il messaggio \u00e8 chiaro e alla messa che il cardinale celebra nel carcere dell\u2019Ucciardone il 27 aprile 1983, in preparazione della Pasqua, i detenuti non si presentano. Anche il messaggio dei mafiosi \u00e8 chiaro e arrivano critiche altrettanto chiare da vari ambienti. Per fare un esempio, il direttore del \u201cGiornale di Sicilia\u201d in un\u2019intervista alla \u201cDomenica del Corriere\u201d dice: \u201cpur avendo agito nell\u2019interesse di Palermo, Pappalardo avrebbe fatto meglio a limitarsi al suo ruolo di pastore di anime e non interferire in compiti che non gli competono\u201d. Il problema \u00e8 il rapporto tra chiesa e Dc, tra chiesa e potere. Con l\u2019arcivescovo che preferisce mettere la sordina, l\u2019azione di rinnovamento \u00e8 nelle mani di alcuni sacerdoti operanti in quartieri \u201cdifficili\u201d, come l\u2019Albergheria, come Brancaccio. All\u2019Albergheria il rettore della chiesa di San Saverio, Cosimo Scordato, fonda con altri un centro sociale non confessionale, con cui per anni collabora il Centro Impastato. A Brancaccio opera il parroco Rosario Gio\u00e8, si muove sulle orme del concilio Vaticano II, parla di mafia ma a un certo punto abbandona l\u2019incarico per dedicarsi all\u2019insegnamento. Ricordo qualche incontro nei locali della parrocchia. Anche Michele Stabile, collaboratore di Pappalardo, lascia la curia.<\/p>\n<p>Il 9 maggio del \u201992 il papa pronuncia ad Agrigento l\u2019anatema: \u201cMafiosi convertitevi, una volta verr\u00e0 il giudizio di Dio\u201d. Poco prima ha parlato con i genitori di Rosario Livatino, il giovane magistrato ucciso nel settembre del 1990. Il 23 maggio c\u2019\u00e8 la strage di Capaci, il 19 luglio quella di via D\u2019Amelio. Nel \u201993 la violenza mafiosa oltrepassa lo Stretto, con l\u2019attentato in via Fauro, le stragi di Firenze e di Milano, gli attentati a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro. E il 15 settembre sempre del \u201993 c\u2019\u00e8 l\u2019assassinio di don Puglisi, il 19 marzo del \u201994 quello di don Diana.<\/p>\n<p>Sono una risposta all\u2019anatema del papa? Pu\u00f2 darsi, quel che \u00e8 certo \u00e8 che Puglisi e Diana fanno i preti in modo diverso da tanti altri. Puglisi non si limita a predicare, ma coinvolge i bambini e i ragazzi del quartiere Brancaccio, storica roccaforte della mafia, fonda il Centro Padre nostro, volutamente confessionale, chiama alcune suore per aiutarlo, collabora con un coordinamento condominiale, si batte perch\u00e9 il quartiere abbia i servizi che mancano: non c\u2019\u00e8 la fognatura, non c\u2019\u00e8 un asilo, non c\u2019\u00e8 una scuola media. Non \u00e8 considerato un \u201cprete antimafia\u201d, ma la mafia capisce che pu\u00f2 toglierle il terreno sotto i piedi. Riceve minacce, \u00e8 aggredito, invita i mafiosi a presentarsi, a dialogare. Per i fratelli Graviano, boss del quartiere, \u00e8 un affronto intollerabile. Anche don Diana, in quel regno della camorra che \u00e8 Casal di Principe, opera in chiesa e fuori di essa, lavora con i giovani, con gli extracomunitari. Definisce la camorra \u201cuna forma di terrorismo\u201d, lo accusano di essere strumentalizzato dai comunisti, lo uccidono in chiesa il giorno del suo onomastico.<\/p>\n<p>\u201cIn odium fidei\u201d<\/p>\n<p>Dopo vent\u2019anni e dopo un lungo travaglio, don Puglisi \u00e8 stato beatificato con la motivazione che \u00e8 stato ucciso in <em>odium fidei<\/em>. Cio\u00e8 i mafiosi lo hanno assassinato perch\u00e9 predicava il vangelo, che \u00e8 l\u2019opposto del credo dei mafiosi che con il battesimo di sangue si votano a un\u2019altra religione. Questo \u00e8 il \u201cdispositivo\u201d elaborato per fare di una vittima di mafia un martire cristiano.<\/p>\n<p>Esso \u00e8 il frutto di un\u2019elaborazione che ha cercato di costruire una pastorale che affronti il tema della mafia, definendola \u201cstruttura di peccato\u201d e \u201cpeccato sociale\u201d. Un\u2019elaborazione che orecchia la teologia della liberazione e che non si pu\u00f2 dire che sia andata molto avanti proprio perch\u00e9 quella teologia \u00e8 stata marchiata come resa al marxismo. Cos\u00ec per beatificare don Puglisi si \u00e8 costruito un teorema che vuole chiesa e mafia radicalmente alternativi, piallando una storia che parla altra lingua. Quello che potremmo chiamare il \u201ccattolicesimo reale\u201d \u00e8 una \u201cstruttura di potere\u201d che dall\u2019editto di Costantino ai nostri giorni ha gestito direttamente per quasi due millenni il potere temporale e da quando lo ha perso formalmente gode di privilegi, amministra i suoi beni e le sue finanze come ogni capitalista, si \u00e8 servita di Sindona e di Marcinkus, ha convissuto con la mafia, condiziona la vita sociale e politica. E la religiosit\u00e0 dei mafiosi, la devozione ostentata, non \u00e8 dissimile da quella di gran parte della popolazione che si dichiara credente, fatta di ritualit\u00e0 (il battesimo, il matrimonio, il funerale in chiesa), di culto dei santi (e Padre Pio domina su tutti, pure sulla Madonna e su Ges\u00f9 Cristo), di processioni e feste patronali, con i mafiosi tra gli organizzatori, come si \u00e8 provato per il festino di Santa Rosalia a Palermo e per la festa di Sant\u2019Agata a Catania.<\/p>\n<p>Anche se non si esibiscono pi\u00f9 in primo piano, come mostra una fotografia per la festa dell\u2019Immacolata a Cinisi, forse scattata da Peppino Impastato. Lo stesso giorno in cui veniva beatificato il piccolo prete di Brancaccio (per santificarlo occorre un miracolo e ci vorr\u00e0 del tempo per scovarlo) a Genova si svolgeva il funerale di don Gallo, che era completamente diverso da don Puglisi come personaggio, come carattere, ma predicava lo stesso vangelo, facendosi ultimo con gli ultimi. Il cardinale Bagnasco \u00e8 stato contestato quando ha rievocato il cardinale Siri che aveva emarginato don Gallo. Quella di Ruffini e di Siri \u00e8 una chiesa diversa da quella di Puglisi e di Gallo. Ma la prima \u00e8 la regola, la seconda l\u2019eccezione. Per la gerarchia ecclesiastica il vangelo \u00e8 una retorica di legittimazione, per i preti di strada \u00e8 un vademecum per la vita quotidiana. Il nuovo papa Francesco cerca di conciliare le due chiese con la bonomia italo-argentina, ma \u00e8 stato un tenace avversario della teologia della liberazione. Le sue parole rivolte ai mafiosi e alle mafiose perch\u00e9 si convertano sono quasi identiche a quelle di Wojtyla, ma Giovanni Paolo II evocava il Cristo del giudizio, Francesco il cuore di Ges\u00f9, pronto a perdonare. Ma il perdonismo cattolico pu\u00f2 essere un\u2019astuzia del potere, che divora e digerisce tutto, per conservarsi e perpetuarsi.<\/p>\n<p>Brancaccio dopo don Puglisi<\/p>\n<p>Il Centro Padre nostro c\u2019\u00e8 sempre, si \u00e8 staccato dalla parrocchia ed \u00e8 oggetto di continui danneggiamenti e ruberie. Gli eredi di don Puglisi sono divisi. La mafia c\u2019\u00e8 ancora, ma i fratelli Graviano sono in carcere e dopo le dichiarazioni di Spatuzza sono incriminati come mandanti della strage di via D\u2019Amelio. Il processo per l\u2019assassinio di don Puglisi, in cui la chiesa non si \u00e8 costituita parte civile, si \u00e8 concluso con la condanna di mandanti ed esecutori. Gli esecutori dell\u2019omicidio, Grigoli e Spatuzza, sono collaboratori di giustizia e si possono considerare dei pentiti, dicono che hanno cambiato vita, colpiti dal sorriso del prete e dal suo \u201cme l\u2019aspettavo\u201d quando aveva la pistola puntata sulla nuca. Il testimone di giustizia Giuseppe Carini vive altrove con un altro nome. Ora a Brancaccio c\u2019\u00e8 la scuola media, c\u2019\u00e8 un auditorium dedicato al piccolo Di Matteo, sequestrato, ucciso e sciolto nell\u2019acido dai mafiosi. In un terreno confiscato al costruttore Jenna saranno costruiti una nuova chiesa e dei servizi. Sul luogo del delitto \u00e8 stata collocata una statua del nuovo beato, protetta da una cabina di vetro. Il giorno della beatificazione ad alcuni balconi erano appesi dei drappi bianchi. I giornalisti che intervistavano la gente di Brancaccio hanno colto voci diverse.<\/p>\n<p>Alcuni ricordavano il prete sorridente e benefattore del quartiere, altri parlavano del lavoro che non c\u2019\u00e8, mentre c\u2019era quando c\u2019erano i Graviano. Brancaccio \u00e8 la metafora di Palermo, una citt\u00e0 che cerca di cambiare ma \u00e8 assediata dalla continuit\u00e0.<\/p>\n<p><u><a href=\"http:\/\/www.centroimpastato.com\/\">www.centroimpastato.com<\/a><\/u> . Pubblicato in \u201cNuova Busambra\u201d, n. 4, settembre 2013, pp. 103-112.<\/p>\n<p>Dello stesso Autore, su Chiesa e mafia, sul ruolo della religiosit\u00e0 popolare e su qualche miracolatore in giro con il circo antimafia:<\/p>\n<ul>\n<li>Lettera aperta al cardinale Salvatore Pappalardo in occasione della messa del 22 novembre 1981, pubblicata su \u201cSegno\u201d n. 27, 1981, pp. 61-64 e in A. Cavadi, a cura di, <em>Il Vangelo e la lupara<\/em>, vol. II, Edizioni Dehoniane, Bologna 1993, pp.25-28: \u201cLa parola mafia \u00e8 gi\u00e0 stata detta, non \u00e8 arrivato il tempo di parlare dei mafiosi, e in primo luogo dei politici legati ai mafiosi? Non sono loro i principali responsabili, coloro che pi\u00f9 a lungo, e pi\u00f9 consapevolmente, si sono serviti del tempio?\u201d.<\/li>\n<li>Giornata di studio su \u201cAnalisi del fenomeno mafioso e ipotesi di una nuova pastorale\u201d, 18 settembre 1989, relazioni di Umberto Santino, Francesco Michele Stabile, Cosimo Scordato, inedite.<\/li>\n<li><em>Appunti su Chiesa e mafia<\/em>, in Autori Vari, <em>La Chiesa si lascia pro-vocare<\/em>. Per il convegno delle Chiese d\u2019Italia, Palermo 1995, pp. 40-55.<\/li>\n<li><em>La cosa e il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi<\/em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000: Il delinquente di Dio. L\u2019Inquisizione era un\u2019associazione a delinquere? Il ruolo della Chiesa. I crimini del clero e gli \u201cAvvertimenti cristiani\u201d di Argisto Giuffredi, pp. 71-85.<\/li>\n<\/ul>\n<p>&#8211;<em>La mafia \u00e8 male, per\u00f2<\/em>\u2026in \u201cNarcomafie\u201d, luglio-agosto 2001, pp.48-53.<\/p>\n<p>&#8211;<em>Una ragionevole proposta per pacificare la citt\u00e0 di Palermo<\/em>, Qualecultura, Napoli 1985, Di Girolamo, Trapani 2006: Fratelli assassini, pp.67-70.<\/p>\n<p>&#8211;<em>I giorni della peste. Il festino di Santa Rosalia tra mito e spettacolo<\/em>, Di Girolamo, Trapani 2006.<\/p>\n<p><em>&#8211; Una Chiesa lontana dal fronte antimafia<\/em>, \u201cla Repubblica Palermo\u201d, 30 dicembre 2006.<\/p>\n<p>&#8211;<em>Dalla mafia alle mafie. Scienze sociali e crimine organizzato<\/em>, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006: I mafiosi e Dio, ovvero: il dio dei mafiosi, pp. 231-241.<\/p>\n<ul>\n<li><em>Liberarsi dall\u2019inferno. La Pasqua secondo i laici, <\/em>\u201cla Repubblica Palermo\u201d, 8 aprile 2007.<\/li>\n<li><em>Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all\u2019impegno civile<\/em> , Editori Riuniti, Roma 2000, Editori Riuniti University Press, Roma 2009: La Chiesa cattolica e i Fasci siciliani pp. 96-99, Chiesa e mafia prima e durante il fascismo, pp.159-162, il ruolo della Chiesa cattolica e le lotte contadine, pp. 228.233, Il pastore Panascia e il cardinale Ruffini. Una voce minoritaria e un continentale \u201csicilianista\u201d pp. 286-294, La Chiesa cattolica scopre la mafia, pp.302-307, Vescovi e clero siciliani negli anni \u201980, La \u201cmessa antimafia\u201d del 31 ottobre 1981, L\u2019assassinio di Dalla Chiesa e l\u2019omelia di Sagunto, Novembre 1982: il Papa a Palermo. Ricomincia il silenzio, Attivit\u00e0 di preti di base, pp. 331-341, La Chiesa cattolica negli anni \u201990, I vescovi italiani e l\u2019educazione alla legalit\u00e0, Una lettera al Papa e l\u2019anatema di Agrigento, L\u2019attivit\u00e0 e il sacrificio di padre Puglisi e di don Diana, Preti \u201cantimafia\u201d e preti di mafia, La pastorale antimafia: la mafia come \u201cstruttura di peccato\u201d e \u201cpeccato sociale\u201d. Prima e dopo il convegno delle Chiese del novembre 1995, pp. 389\u00ad404.<\/li>\n<\/ul>\n<p><em>&#8211; Breve Storia della mafia e dell\u2019antimafia<\/em>, Di Girolamo editore, Trapani: 2008-2011: pp. 120-122, 129-130, 150-152.<\/p>\n<p>&#8211;<em>Don Vito a Gomorra. Mafia e antimafia tra papelli, pizzini e bestseller<\/em>, Editori Riuniti University Press, Roma 2011.<\/p>\n<p>&#8211;<em>La Chiesa che ignora il Papa e nega i conventi ai senzatetto<\/em>, \u201cla Repubblica Palermo\u201d, 4 febbraio 2014.<\/p>\n<p><em>&#8211; Il cristianesimo delle processioni che fa comodo agli uomini di Cosa nostra<\/em>, \u201cLa Repubblica Palermo\u201d 11 luglio 2014.<\/p>\n<\/div><\/section>\n<div  class='av-buildercomment av-av_comments_list-efc336e1980f90400772811f3c75511f  av-blog-meta-comments-disabled av-blog-meta-tag-disabled'><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Umberto Santino (\u201cNuova Busambra-Settembre 2013)<br \/>\nSecondo un giudizio ampiamente condiviso la beatificazione di don Pino Puglisi del 25 maggio<br \/>\n2013 e le parole di papa Francesco nell\u2019Angelus del giorno dopo, segnano una svolta nella storia dei<br \/>\nrapporti tra mafie e chiesa cattolica o l\u2019approdo di un lungo percorso, comunque un punto di non ritorno, una definitiva presa di distanza, una radicale alternativa tra vangelo e sentire e pratica mafiosi.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":4927,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[84],"tags":[],"class_list":["post-4935","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-hanno-scritto-su-3p"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>La beatificazione di don Puglisi: una definitiva presa di distanza? 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